venerdì 28 ottobre 2016

Immagino

Immagino le carezze annullate dal tempo
i fiori di fine novembre
e le sbronze solitarie.


Immagino di tagliare gli spazi
con dita affilate per concentrarmi sull'angolino
che unisce il labbro,
quello inferiore a quello superiore
in un sorriso che racconta.


Immagino i discorsi fatti con gli sguardi
sull'arte della vita,
le avventure del passato
i rimpianti
i ricordi color miele
le camere d'albergo
l'attesa
il proibito,
i segreti confessati agli sconosciuti
e il fatto di rendersi conto
che si è sempre un'altra persona
lontano dai riflettori.

mercoledì 7 settembre 2016

Fumo



Pendo dalle tue labbra
accarezzato svogliatamente,
mandando in fumo la vita,
risucchiata con lieve strepito
come una storia a lieto fine.

Il sesso orale, mi dicono
è piacere per tutti,
come la cioccolata
o il rosso avido delle tue labbra.
 
Ecco come tutto va in fumo.

martedì 30 agosto 2016

Shakespeare non l'ha mai fatto - Charles Bukowski


21
     Siamo andati a visitare la cattedrale, mi ha parec-
chio impressionato per l'imponente struttura archi-
tettonica, siamo entrati e stava piovendo un pò
(all'esterno) e dentro puzzava un pò di piscio e l'inter-
no era ancora più stupefacente dell'esterno, saliva, sa-
liva e quasi mi ha fatto desiderare di potere accettare
il Dio cristiano invece dei miei piccoli diciassette dèi
protettori perché un Dio grande mi avrebbe aiutato
molto di più a superare i casini e il terrore e il dolore
e l'orrore, sarebbe stato più facile e forse anche più
pratico, mi avrebbe aiutato a comprendere alcune del-
le puttane con le quali ho vissuto e qualcuna delle don-
ne, i lavori monotoni, il non avere lavoro, le notti di
pazzia e di inedia, e suppongo che ogni persona che
entrava in quella cattedrale avesse dei pensieri e che al-
cuni di questi pensieri potessero spingerla alla conver-
sione, ma io pensavo che se mi fossi convertito, se aves-
si trovato la fede, allora avrei dovuto lasciare là sotto
il diavolo tutto solo con le sue fiamme, e quello non
sarebbe stato bello da parte mia perché negli eventi
sportivi avevo quasi sempre la tendenza a schierarmi
con i perdenti e negli eventi spirituali ero colpito dal-
la stessa malattia perché non ero un uomo di pensie-
ro, mi basavo su ciò che sentivo e i miei sentimenti
erano schierati tutti per i deformi, i torturati, i dan-
nati e i perduti, non per compassione ma per fratel-
lanza perché ero uno di loro, perso, confuso, indecen-
te, insignificante, pauroso e codardamente ingiusto e
gentile a sprazzi e sebbene fossi fottuto, sapevo
che non serviva a niente, non era la cura, semplice-
mente rafforzava il mio modo di essere.
     Il Grande Dio aveva troppe pistole per me. Era
troppo giusto e troppo potente. Non volevo essere per-
donato o accettato o ritrovato, volevo qualcosa di me-
glio di quello, qualcosa che non fosse troppo - una don-
na di bellezza media nello spirito e nel corpo, un'au-
tomobile, un posto dove abitare, un po' di cibo e non
troppi mal di denti o gomme bucate, senza lunghe
malattie che portano alla morte; anche un televisore
con brutti programmi andrebbe bene, e sarebbe bello
un cane, e pochissimi amici, un buon impianto idrau-
lico, abbastanza roba da bere per riempire gli spazi
fino alla morte, della quale (per essere un codardo)
non avevo molta paura. La morte per me aveva scarso
significato. Era l'ultimo scherzo dopo una lunga fila
di brutti scherzi. La morte non era un problema per
quelli morti. La morte era un altro film, andava bene
così. La morte causava problemi solo a chi veniva la-
sciato qui e aveva qualche tipo di rapporto con il de-
ceduto, e i problemi aumentavano in proporzione alla
ricchezza che il morto si lasciava alle spalle. Con un
barbone dei bassifondi l'unico problema era lo smal-
timento dei rifiuti. Alcune persone vengono al mondo
ricche ma tutte se ne vanno senza un soldo. Natural-
mente per l'artista è diverso. si lascia dietro la sua scia
di profumo che alcuni chiamano di immortalità e, natu-
ralmente, più è bravo nella sua arte più grande sarà il
tanfo che si lascia alle spalle - nei colori, nei suoni,
nella pagina stampata, nella pietra e in altre forme.
ma la colpa di questa immortalità è solo di chi vive -
si aggrappano a questo tanfo, lo idolatrano. Non è
colpa dell'artista. L'artista sa che non appartiene al-
l'immortalità più di quanto è appartenuto alla vita - un
lampo fugace, e questo basta: che il prossimo tenti
la sorte.
     Non voglio dire che cominciavo ad annoiarmi a
starmene lì in piedi dentro alla cattedrale, ma le mie
riflessioni erano terminate ed ero in preda al dopo-
sbronza e al sonno (come sempre); facevo una fatica
boia a tenere aperti gli occhi, ma non importa - credo
sia un grosso errore ostinarsi a vedere tutto, è sfian-
cante - bisognerebbe fare una cernita delle cose, in-
gerirle e lasciarle sedimentare per un po'.